Still Life – Nature morte by
Mostre / Still Life / Mario Merz - testo di Tacita Dean
Tacita Dean ritrae il grande maestro dell’Arte Povera Mario Merz a San Gimignano un anno prima della sua morte.
Avevo già incontrato Mario tre volte prima di vederlo quell’estate a San Gimignano. La prima volta era stata a Bologna. L’avevo visto, l’avevo osservato, e, dopo cena, mi ero avvicinata e gli avevo confessato che assomigliava moltissimo a mio padre. Lui mi aveva baciato la mano e si era allontanato. Dopo quell’episodio, avevo rincorso la fotografa del museo per un po’ di tempo per riuscire ad avere una sua fotografia. Continuava a dirmi che me l’avrebbe mandata ma non l’ha mai fatto. Volevo mettere le fotografie dei due uomini una accanto all’altra e dimostrarne così la somiglianza e provare la mia obiettività.
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Mario Merz, 2002 by Tacita Dean 1/1
Film 16mm a colori con audio
8 minuti 30 secondi
Still da film
Courtesy Marian Goodman Gallery, Parigi/New York e Frith Street Gallery, Londra
L’ho incontrato di nuovo a Parigi, per caso, mentre faceva colazione in Place des Vosges con Marisa. Poi, ancora una volta, alla Biennale di Venezia, dove ho cercato svergognatamente di fotografarlo con una macchina in prestito. La batteria si è scaricata e mi hanno tolto la macchina di mano. Quando sono arrivata in quel giardino a San Gimignano e ho visto Mario che pranzava a capo tavola, sotto gli alberi, ho sentito la necessità di ricominciare la mia veglia.
In occasione della mia visita successiva a San Gimignano, mi ero portata la cinepresa: mi avevano scarrozzato in giro in macchina per una settimana, alla ricerca di un soggetto per il progetto che avrei dovuto realizzare per la mostra. Non ero riuscita a trovare nulla. Ogni sera cenavamo tutti insieme seduti attorno al tavolo sotto gli alberi e io osservavo in silenzio il mio oggetto del desiderio, vicino eppure apparentemente impossibile da raggiungere. L’ultimo giorno non ho avuto altra scelta che chiederglielo. Dopo aver finito il mio gelato al cioccolato e frutti di bosco, gli ho detto: “Mario, posso filmarti?”, “Sì”, mi ha risposto, “Ma senza parole”.
Quel pomeriggio, nel giardino con il tavolo sotto gli alberi, abbiamo fatto un film. Mario ha preso una grossa pigna che teneva in mano sulle gambe. Il sole andava e veniva con il ritmo irregolare di una dissolvenza sgraziata. Le campane a morto hanno iniziato a suonare nella piazza principale; le cicale si fermavano e ricominciavano seguendo il proprio ritmo, i corvi andavano e venivano dal tetto mentre Mario chiaccherava. Si sedeva su sedie diverse, sparse per il giardino: ho girato quattro bobine di pellicola prima che il sole lasciasse il posto alle nuvole e iniziasse un temporale.
Accadde anche qualcos’altro: improvvisamente non ritrovavo più i tratti di mio padre sul viso di Mario, né nei gesti delle sue mani o nei piccoli passi che faceva camminando. Avevo come l’impressione che l’origine del mio desiderio si fosse consumata e che girare quel film mi avesse liberato dalla mia soggettività. Mario Merz si era trasformato in Mario Merz. Mi sembrava che la loro somiglianza apparente fosse stata soltanto un mezzo che mi avesse condotto a realizzare un film su Mario quel pomeriggio nel giardino di San Gimignano. Quella destabilizzante somiglianza che vedevo tra lui e mio padre non la vedevo quasi più.
Testo di Tacita Dean