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GIORGIO MORANDI: STILL LIFE E DAY FOR NIGHT - Tacita Dean

A un certo punto, in piedi nel piccolo studio di Giorgio Morandi – reinstallato di recente nel vecchio appartamento di Bologna dove il pittore aveva vissuto per cinquant’anni con le sue sorelle – ho capito che avrei dovuto prendere una decisione. I suoi oggetti erano ovunque, raggruppati sui tavoli e sotto le sedie o raccolti sul pavimento. Mi sembravano riconoscibili come se fossero appartenuti alla mia famiglia e fossero invecchiati con noi, con comoda familiarità: scatole di borotalco, fiasche coniche, vasi di fiori di cotone, lampade a gas e lattine d’olio, pentole, vasetti, bottiglie e contenitori il cui uso non era più riconoscibile. Appartenevano al suo tempo o Morandi stesso aveva girovagato per mercatini delle pulci per trovarli? Li abbiamo sempre conosciuti ricoperti di polvere. Giorgio Morandi era il pittore che sapeva dipingere la polvere.

E poi c’erano i suoi piccoli interventi: i cartoni arrotolati nella carta marrone e i finti riflessi sulle bottiglie e sulle fiaschette di Erlenmeyer, o le composizioni di fiori finti e gli strani ornamenti per impreziosire un vaso di poco valore. Pare che Morandi dipingesse ciò che vedeva. Non sceglieva di non dipingere ciò che di un oggetto non gli pareva necessario – come avevo sempre immaginato. Al contrario, prima di ritrarli, trasformava i suoi soggetti in quello che avrebbe voluto vedere. Non si trattava di nascondere un dettaglio, ma anzi di preservare proprio i dettagli che più gli piacevano. L’opacità miracolosa degli oggetti dei suoi quadri è già tutta negli oggetti stessi. Era questo il suo doppio artificio. Nello studio, tra le pentole di rame e le brocche smaltate ho capito quello che Robert Filiou, l’artista Fluxus, intendeva quando diceva: “L’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte”.

Le composizioni di Giorgio Morandi erano molto lontane dall’essere arbitrarie. Lo spazio tra gli oggetti era calcolato in maniera rigorosa e matematica. Su una delle pareti dello studio sono appesi righelli, squadre e una corda con dei nodi. La superficie del tavolo da lavoro e la carta che lo avvolge sono coperti di segni e misurazioni intricate, spesso contrassegnate da una lettera maiuscola scritta quando, probabilmente, Morandi aveva finalmente preso una decisione sulla posizione definitiva di un oggetto. Sono come dei disegni ritrovati, del tutto involontari ma magnifici.

Morandi si rimetteva a dipingere soltanto quando la luce si ripeteva identica al primo momento in cui aveva organizzato una composizione. Durante le altre giornate si sedeva in un angolo del suo letto monastico, dove ancora si vede un netto e pronunciato avvallamento, e lavorava alle incisioni. Di notte disegnava alla luce di una lampada. I suoi pennelli, legati in gruppi e appoggiati per terra e sui tavoli, sono consumati fino alla fine e, in un caso, del pennello è rimasto solo un pelo. Era per parsimonia o aveva bisogno che fossero così consunti, calvi? Forse perché la sua pennellata non era frontale ma laterale? Il suo studio era organizzato per un mancino, ma nessuno studioso sembra essersene mai accorto o essersene particolarmente preoccupato.

Tra i suoi oggetti – che ancora oggi conservano l’aura delle loro rappresentazioni – alla fine ho capito come avrei potuto trattarli: li ho filmati singolarmente, uno alla volta, fissi al centro della cornice del fotogramma, facendo ciò che Morandi non avrebbe mai fatto, filmandoli quasi a caso, in composizioni accidentali.


Commissionati e prodotti dalla Fondazione Nicola Trussardi, Still Life e Day for Night sono stati girati nello studio di Giorgio Morandi in via Fondazza a Bologna, dove il pittore ha vissuto e lavorato per 50 anni.