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SELECTED WRITINGS - Paola Pivi

Sento un'affinità con Werner Herzog: l'ho visto in televisione che diceva a proposito del film Fitzcarraldo "Io volevo portare questa barca al di là della montagna e dovevo assolutamente farlo perché, se non l'avessi fatto, sarei stato un uomo senza sogni e io non volevo essere un uomo senza sogni, e quindi lo dovevo fare".

Delle opere d’arte, le mie o altrui, mi piace la sensazione che qualcosa stia entrando nella mia vita, anche senza sapere esattamente cosa, e che mi faccia sentire arricchita.

A me non basta l'immagine, pur nitida e definitiva, nella mia testa, voglio che diventi "vera", anche solo per 10 secondi ma l'idea deve sentire il reale. Vi è un concetto di verità che deve penetrare l'opera, permearla forse solo per un attimo, come la vita, ma lasciare una traccia indelebile. L'idea deve sporcarsi e misurarsi con la realtà.

Non so se gli animali hanno un'anima, ma di sicuro non penso che siano solo oggetti viventi. Quando li metto in queste situazioni ho il dubbio che stiano vivendo l'esperienza dell'opera d'arte. Secondo me un'opera non ha bisogno che chi la vede conosca l'arte, o abbia la coscienza di stare guardando un'opera d'arte, l'opera funziona comunque. E quindi ho il dubbio che questi animali abbiano visto un'opera d'arte.

L'elemento sperimentale è per me una componente essenziale del mio lavoro, è innanzitutto il segno inatteso di una sorpresa che può sempre presentarsi nell'esecuzione di un lavoro.

Quando penso a un'opera, mi appare un'immagine finita, completa, quasi si affermasse in una sorta di momento d'incoscienza: è il senso di un'immediatezza definitiva che esclude in questa fase qualsiasi ipotesi costruttiva. Nel mio rapporto con l'incoscienza si produce l'idea a cui, in una fase successiva e secondaria, succede la dimensione progettuale che in realtà è solo uno strumento necessario alla realizzazione dell'idea.

Non credo che si possano separare gli esseri umani dall’arte. Quelli che metto in mostra sono animali completamente bianchi, non neri o colorati, e credo che gli animali dicano qualcosa del nostro mondo che in qualche modo ci rappresentino.

SELECTED WRITINGS

Le opere di Paola Pivi spesso generano una sorta di panico nello spettatore, che capisce di non sapere.
Geoff Lowe

Paola Pivi privilegia la fotografia tradizionale alle immagini generate digitalmente. Ogni suo scatto è realizzato a partire da una performance, come trasportare gli animali in luoghi remoti e far compiere loro azioni inusuali. Le opere che ne derivano sono enigmatiche, assurde ironiche e quando vengono esposte in spazi pubblici generano sorpresa e divertimento negli spettatori sollevandoli per un attimo dalla routine della vita di tutti i giorni.
Jo-Ann Conlin

Paola Pivi crea con sensualità intellettuale situazioni monumentali e barocche, fra scenografia, scultura e architettura. Pubblicità regresso: davanti all'arte della Pivi regrediamo nell'inconscio.
Francesco Bonami

Paola Pivi ha adottato lo spiazzamento e la sorpresa per attuare immagini folgoranti che nascono dal capovolgimento di un camion o dal presentare a pancia in giù un aereoplano. Una pratica che inverte e scompagina le relazioni tra superficie terrestre e corpi pesanti, cosicché la loro nuova coesistenza sia ragione di un pensiero magico ed enigmatico.
Germano Celant

Per Paola Pivi voler fare la foto di Alicudi a grandezza naturale non è il desiderio di fare una cosa sempre più grande, ma è proprio il desiderio di fare le cose aderenti alla realtà. Per essere aderente al massimo alla realtà, la foto di Alicudi deve essere della grandezza di Alicudi.
Laura Cherubini

La principale intenzione di Paola Pivi è di sottolineare gli aspetti più assurdi della realtà attraverso l’enfatizzazione di oggetti della vita di tutti giorni, in particolare quelli che sono emblematici della nostra ordinarietà.
Francesco Poli

Emerge con forza la dimensione performativa che sembra ispirare tutto il lavoro di Paola Pivi senza condizionarlo eccessivamente, senza apparire invadente. È un processo che, anzi, si lascia solo intuire, suggerisce discretamente e sottovoce i ritmi e i pesi di un'immagine che ha la sua forza e la sua autonomia. Dunque, i riferimenti non sono tanto alla grande stagione performativa degli artisti di Fluxus o all'Aktionismus viennese dove l'immagine fotografica era una semplice documentazione distaccata e insieme al cospetto dell'irripetibilità dell'azione. Piuttosto, è possibile rintracciare un'affinità con l'atteggiamento performativo di Jackson Pollock o con le antropometrie di Yves Klein dove l'azione artistica non si esauriva in se stessa ma era direttamente funzionale alla produzione dell'opera.
Danilo Eccher